Previdenza flash: gestioni separate garantite, competitive e al top del mercato

maggio 21st, 2013

 

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Italia Oggi

maggio 9th, 2013

maggio 7th, 2013

maggio 7th, 2013

Visiotrade rende noti gli incredibili risultati del 2012

maggio 7th, 2013
Pubblicato il 11 febbraio 2013

…e presenta i progetti per il 2013.

Che il denaro sia ormai desueto, sconfitto, vinto, è cosa certa. A convincere tutti i presenti è stato il Presidente di VisioTrade Spa, l’Ing. Cristiano Bilucaglia, durante il kick off svoltosi il 6 febbraio scorso, a cui hanno partecipato tutte le agenzie nazionali.

L’Ing. Bilucaglia ed il suo staff (Marco Negro, Mauro Marinelli, Luca Salerno) hanno dimostrato che è possibile approfittare dell’evoluzione tecnologica e della crisi e come questi elementi di discontinuità possano essere piegati a vantaggio di tutte le Aziende aderenti al Commerce Network, il mercato privato ideato e gestito da VisioTrade.

A dimostrarlo la crescita esponenziale del volume delle transazioni, che in poco più di due anni ha portato VisioTrade a raddoppiare il volume delle transazioni, passando dai 10.000.000 di EuroCrediti del primo anno, ai ben 22.000.000 del secondo. Il Presidente a fine meeting ha commentato “un risultato al di sopra delle aspettative che porterà il Circuito a superare i 50.000.000 di EuroCrediti di transazioni nel 2013, dando così ossigeno e prospettive a tante aziende italiane, alcune strangolate dalla crisi”.

L’incremento dei volumi di transato in categorie merceologiche fondamentali e di ampia diffusione, quali i professionisti e gli artigiani, la ristorazione, l’hospitality e la pubblicità, evidenziano come le scelte strategiche volte all’integrazione della filiera delle PMI siano state scelte vincenti. Questi importanti risultati sono stati realizzati grazie alla tecnologia futuristica di VisioTrade, ma anche grazie all’impegno di tutti gli Agenti, Agenzie e Trader costantemente impegnati nel  sviluppare le transazioni.

Tra le varie innovazioni presentate è INTELLITRADE quella che ha avuto maggior riscontro; un sistema di intelligenza artificiale che, attraverso l’analisi di imponenti mole di dati, è in grado di sviluppare al massimo il sistema di scambi alla base del Commerce Network.

Il Presidente ha illustrato inoltre le linee guida per il 2013, tra cui il forte investimento nelle aree marketing, comunicazione e IT.

Molte sono state le novità presentate tra cui il nuovo MarketPlace e VisioSmart la soluzione per accedere in mobilità ai contenuti del portale riservato agli Aderenti.

 

 In conclusione è stato alzato il sipario sul nuovo sito, www.visiotrade.com, con una veste grafica molto moderna ed accattivante.

“Panta rei”, diceva il filosofo Eraclito di Mileto già nell’epoca classica dell’antica Grecia. Anche noi la pensiamo così, certi del fatto che il mondo è in continua evoluzione, e non possiamo restare fermi a guardare il cambiamento senza essere parte attiva del discorso, artefici, ma soprattutto protagonisti.

Buon Commerce Network a tutte le Imprese che desiderano dotarsi di un’arma segreta per sconfiggere la crisi e battere la concorrenza.

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Artisti (e mercato) in movimento

maggio 7th, 2013
L’arte contemporanea sta vivendo una nuova primavera tra globalizzazione e localizzazione, tradizione e nuovi scenari. Un fenomeno sempre più economico ed estetico
di Stefano Baia Curioni, vicepresidente del Centro di ricerca Art, science and knowledge (Ask) della Bocconi

Crescita impressionante delle opere prodotte e scambiate, marcata globalizzazione ma forti resistenze delle scene artistiche tradizionali (occidentali), trasformazione dei canali di vendita e rilevanza dei sistemi nazionali per la promozione degli artisti: sono questi gli elementi che, negli ultimi anni, si osservano nel marcato dell’arte visiva.

Stefano Baia Curioni
Riguardo al primo, tra il 1998 al 2008 il volume delle aste è cresciuto da 48 milioni a 1,3 miliardi di dollari. Nei due anni successivi si è registrata una riduzione degli scambi (circa il 50% dei volumi), ma già oggi si sono recuperati oltre due terzi delle posizioni, soprattutto nella fascia alta del mercato (per pezzi di valore superiore ai 75 mila dollari). Oggi si stima lavorino nel mondo 375.000 gallerie e advisor e 25.000 case d’asta, con oltre 2 milioni di addetti (A. Zorloni 2011).
 
Sulla globalizzazione del mercato, dal 2005 al 2010 gli artisti esposti alla fiera di Basilea e provenienti da Far East, America Latina e Africa sono anche triplicati. Le fiere d’arte più frequentate dai visitatori sono state quella di Canton (200 mila visitatori), Nuova Delhi e Buenos Aires (128 e 120 mila ciascuna) oltre a Madrid. La Cina ha sestuplicato il suo fatturato d’asta arrivando a una quota di oltre il 33% del mercato delle aste e una leadership mondiale. D’altra parte, come osserva Alain Quemin, nello stesso periodo la quota di artisti statunitensi ed europei tra i primi 100 del ranking di Kompass è rimasta tra il 90% e il 92%, a dimostrazione di una dominanza dei sistemi di produzione tradizionali. Nel frattempo, sono cambiati anche i canali di vendita: se nel 2005 le gallerie americane vendevano il 50% dei pezzi in galleria, il 25% in asta, e il 25% in fiera, nel 2011 le fiere hanno superato il 40%, la galleria è scesa al 32% e l’asta al 28%. Questo spostamento influenza i registri d’azione e le strategie dei gate-keeper (gallerie e musei), che si trovano incentivati a forme diverse di crescita e di potenziamento. Ne è l’esempio l’acquisto della fiera di Hong Kong da parte di Art Basel, come esplicito atto di espansione di un sistema esteso su scala planetaria e controllato da un numero ristretto di operatori.
 
Infine, si nota l’importanza dei sistemi urbani e nazionali per la promozione degli artisti, soprattutto con la creazione di reti di alleanze tra gallerie, curatori, musei. Reti che agiscono localmente e globalmente, componendo lo status degli artisti in percorsi che assumono complessità sempre crescenti. Un percorso in cui Usa, Germania e Inghilterra stanno eccellendo, mentre l’Italia è in difficoltà.
 
Insomma, dalla Seconda guerra mondiale non si assisteva a una simile trasformazione nel commercio dell’immaginario, dell’estetica e del senso. E la questione che tale trasformazione pone non è solo economica. Nell’arte, il mercato è parte di un sistema la cui natura è retorica e le cui implicazioni parlano la lingua della diplomazia culturale.
 
Un gigantesco e spietato esercizio di memoria teso a produrre una hall of fame di nomi e poetiche che sfidano il tempo e affermano culture egemoni in un gioco sottilmente competitivo.
 
I prezzi, in questo sistema, sono segnali, servono a tracciare le rotte, con il loro livello talvolta assurdo ribadiscono le immortalità, ma possono anche portare alla rovina.
E vanno sempre interpretati: perché comprare arte non è solo una scelta economica o un’estetica soggettiva. È partecipare alla cultura del tempo, è cantare una nota in un coro, decidere di essere intonati o stonati e prenderne i rischi.


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Rassegna Stampa

aprile 26th, 2013

Articolo sull’ Arena venerdì 19 aprile 2013

aprile 26th, 2013

Riformiamo la moneta ripensando a Keynes

aprile 18th, 2013
Governare l’inflazione e spezzare il circolo vizioso che impedisce a chi detiene il denaro di prestarlo. Perché se i creditori spendono, i debitori ricominciano a pagare
Di Luca Fantacci, assistant professor di storia economica presso il Dipartimento di analisi delle politiche e management pubblico

Le economie avanzate sono soffocate da una mancanza di credito che frustra ogni velleità di ripresa. Le banche centrali hanno creato quantità immani di moneta, invano. Il denaro messo generosamente a disposizione delle banche non viene prestato né speso. Poiché è riserva di valore. E, in momenti di radicale incertezza, non vi è forma più sicura per detenere la ricchezza.

Luca Fantacci
L’insolvenza dei debitori sembra dar ragione alla prudenza di chi accumula scorte liquide e non le presta, se non a tassi d’interesse proibitivi. Proprio quella prudenza, però, restringe il credito, deprime gli investimenti e i consumi, impedisce alle imprese di vendere, e finisce per rendere più difficile per loro ripagare i debiti.
 
È un circolo vizioso, dal quale le ricette economiche consuete non sembrano in grado di liberarci. Le politiche di rigore non fanno che deprimere ulteriormente la domanda. D’altro canto, per fare politiche espansive ci vorrebbero soldi. Se il nuovo denaro creato dalle banche centrali non circola, però, le entrate non aumentano e i costi di finanziamento non diminuiscono, nemmeno per i governi.
 
È illusorio pensare che, in una simile situazione, sia sufficiente dare più spazio al mercato per far crescere l’economia, nell’idea che una maggiore concorrenza, conseguita attraverso riforme strutturali, possa contribuire a ridurre gli sprechi e aumentare la produttività. È dubbio che simili politiche possano produrre risultati economici apprezzabili, a fronte di indubbi e ingenti costi sociali, quando la competizione si esercita non tanto nel produrre meglio e vendere di più, ma nell’accumulare attività sempre più liquide. E oggi, come nel 1932, la concorrenza si è trasformata in quella che Keynes chiamava allora “una lotta concorrenziale per la liquidità”.
 
Non si tratta di stigmatizzare chi, in momenti di incertezza, cerca rifugio nella liquidità: è una scelta comprensibile e, talvolta, come nel caso delle banche, perfino imposta dai regolatori. Ma la legittimità di un comportamento non deve impedire di vederne le implicazioni disastrose. E quando una condotta conforme alla legge produce risultati anti-economici e anti-sociali, è giunto il momento di cambiare la legge.
Occorre, dunque, una riforma del sistema monetario che tolga alla moneta il carattere di riserva di valore. Un carattere illusorio, del resto, che rischia di essere vanificato dall’inflazione (oggi peraltro non il rischio macroeconomico più remoto).
Una moderata inflazione sarebbe auspicabile per ridurre il peso dei debiti e indurre chi detiene moneta a spenderla e a prestarla. Ma l’inflazione è pericolosa: è imprevedibile, rischia sempre di sfuggire di mano e altera in maniera arbitraria e destabilizzante la distribuzione del reddito e della ricchezza.

Una riforma monetaria dovrebbe consentire di definire deliberatamente e preventivamente quella svalutazione della moneta che l’inflazione provoca in maniera disordinata, casuale e verificabile soltanto a posteriori. Era il cruccio di Keynes fin dal 1923. Fu la sua proposta per Bretton Woods. Era il tratto distintivo di tutti i sistemi monetari fino all’istituzione del gold standard. Oggi sembra riecheggiare nelle proposte di fissare per le banche centrali un target minimo d’inflazione. In Europa, potrebbe prendere la forma di una tassa sui depositi delle banche presso la Bce o sui saldi attivi dei paesi creditori in Target 2. E, in generale, di qualunque incentivo che induca i creditori a spendere, affinché i debitori possano pagare.


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Il gigante con i piedi di argilla

aprile 18th, 2013

Il caso Unipol-Fonsai: se la leggenda rischia di entrare nella cronaca assicurativa

Bisognerebbe cominciare dall’inizio. Ma qui si apre la prima questione delicatissima: quale è l’inizio?

Prediamo come data di cronaca il 16 gennaio 2012, quando i quotidiani a stampa e web fanno rimbalzare a titoli cubitali la (prima) bocciatura in borsa della fusione Unipol Fonsai, con il 5% di perdite del titolo? O meglio il 17 gennaio quando i piccoli azionisti, cavalcando l’onda telematica dei social network, fanno sentire la loro voce e urlano che non ci stanno a pagare di tasca propria il salvataggio di Ligresti?

Difficile scegliere, perché i giochi, nelle alte sfere della finanza, sembrano dimenticare la nostra, di vita, quotidiana, la vita degli agenti Milano, come me, che della faccenda colgono appena rumors ma nulla di ufficiale, in un fuoco incrociato di affermazioni e smentite.

Non c’è giorno che non se ne parli con un botta e risposta tra Premafin, Unipol, e, per fortuna, l’ISVAP, che dovrebbe svolgere un ruolo cruciale nel mantenere una logica di tutela dell’universo assicurativo, a prescindere dalle mosse di alta finanza, che montano e smontano le aziende come fossero tasselli di un Lego globale, dimenticando che non tutte le “merci” sono identiche.

Parlare di assicurazioni è parlare di fiducia e affidamento di persone, una fiducia e un affidamento che accordano a noi agenti e che noi riversiamo sulla Mandante, secondo quella necessaria triangolazione che è il nucleo stesso della professionalità del nostro mestiere.E questa professionalità, questo nucleo concreto, riguarda persone. Persone che dietro alle cifre rischiano di sparire.

Insomma benvenuti nel caso Unipol- Fonsai, benvenuti in una strana commedia all’italiana, dove le strategie del gruppo sembrano appartenere a un altro universo.

Quelle strategie, invece, ci toccano da vicino.

Niente di nuovo sotto il sole

Il caso Unipol-FonSainon è certamente isolato. Si tratta del più recente, in termini di cronaca, ma rispecchia una modalità consueta, che attraversa con grande frequenza i grandi gruppi, a sottolineare che la difficoltà di un dialogo diretto, la mancanza di trasparenza con la base, si sono ormai sclerotizzati come “mali cronici”, tipici di questa relazione.

Eppure, dagli inizi, da quando nel lontano 1667 Nicola Barbon aprì a Londra un ufficio di assicurazioni “contro i danni causati da incendio di stabili e fabbricati”, già era chiaro che il contratto di assicurazione si fondava sulla relazione. Una relazione di fiducia, tra chi lo sottoscriveva, per sollevare da sé un rischio, e soprattutto la paura che quel rischio si verificasse, e l’assicuratore che di quel rischio si faceva carico. Dando la propria parola, la propria firma come impegno.

Dunque il premio che viene versato è davvero, nel suo significato profondo, quello che la definizione etimologica dice.

Premium, dal latino prae-imium: composto da prae, innanzi, e imium,prendere, togliere. Indicava, in origine, la cosa prelevata dalla preda di guerra e data al vincitore.

C’era una guerra, di mezzo, una battaglia, in cui era necessario combattere con tutta la propria sapienza e il proprio valore, salvando non solo un bene concreto, la vita, ma anche l’onore.Le parole, nelle situazioni di confusione, servono da bussole, da lampade di indicazione. E allora il mio invito è di tornare al senso pregnante delle parole del nostro mestiere.

Una testa, un cuore

Narra la leggenda che un mago praghese, nel XVI secolo, cominciò a creare Golem (il nome deriva dalla parola ebraica gelem, che significa materia grezza), giganti plasmati dall’argilla, per servirsene come schiavi. Sulla loro fronte incideva la parola verità. Una di queste creature sfuggì però al controllo del mago e cominciò a distruggere tutto ciò che trovava. È una metafora che calza bene, nel mondo assicurativo, a descrivere come talora la certezza di possedere la verità rischi di diventare distruzione.

Noi agenti oggi abbiamo bisogno di concretezza. Abbiamo bisogno di “normalità” e con questo termine indico il lavoro a quattro mani, tra Mandante e agenzie, per lavorare al meglio, nel settore che ci compete. Lavorare nell’interesse del cliente.

Siamo noi il punto di riferimento, noi la “membrana” permeabile che raccoglie l’esigenza pratica, le problematiche concrete dei singoli e le riconduciamo ad un contenitore più ampio, un prodotto ideato dalla Mandante.

Ma come si può svolgere con la massima professionalità questo compito se manca dialogo tra rete e Compagnia? Come?, se a noi agenti viene spesso omessa ogni reale comunicazione su quale sia la “testa” della grande macchina che si è messa in movimento?

Oggi, poi, questa testa sembra scaturire da un “ibrido”, una fusione che appare focalizzata non tanto al contenuto assicurativo, quanto alle logiche strette dell’alta finanza. Intanto la rete agenti soffre in maniera importante dell’assenza di un collegamento costante con la mente. Abbiamo bisogno di un motore organizzativo che sovrintenda a tutta una serie di attività, tra cui quella di ideazione di prodotti nuovi, di riorganizzazione generale dei processi, di innovazione di strumenti. E questa testa deve essere legata ad ogni altra parte della struttura.


Fiducia nella gente, disagio verso il potere

Altrimenti si cade in un rischio, ed è un rischio pesante. Mi riferisco allo scollamento, nella percezione del cliente, del consumatore, della gente comune, tra braccio e testa.

Affidabile il primo, troppo interessata al profitto la seconda.

Che il braccio appaia più affidabile della la testa lo sottolinea, anche per quest’anno, l’indagine 2012 svolta dall’Edelman Trust Barometer sulla fiducia e sulla credibilità di imprese, governo, ONG e media, condotta in 25 paesi.

Due sono i punti da rilevare: il primo riguarda la predominanza di fiducia accordata alle imprese rispetto ai governi, agli stati.

È opinione consolidata nella gente che l’impresa svolga un ruolo sociale di estrema importanza, apparendo un pilastro solido e un riferimento per la comunità. Ed è questo che sono anche le nostre agenzie assicurative: specchio del territorio in cui operano, diapason delle sue evoluzioni, dei bisogni, nuovi o costante, delle crisi, e delle paure anche.

Ma quello che  l’indagine dice - ed ecco il secondo punto - è che la fiducia verso l’impresa raggiunge il livello massimo quando si pensa generale raggiunge la punta massima se prende in considerazione quella fascia operativa del dipendente medio, mentre cade pesantemente se prende in considerazione i chief executive officers, dunque l’area direzionale, “imputati” di pensare troppo agli interessi finanziari.

E questa distanza si proietta anche sulla differenza tra agenti e Compagnia. Come dicevo prima, tra braccia (rete) e testa.

 Verso una strada condivisa

 Ma la strada non è segnata a priori. La strada la possiamo scegliere noi. Noi agenti di concerto con la Compagnia, purché la Compagnia sappia proporsi come testa di un organismo più ampio, non come verità di Golem.

Qui ci giochiamo il nostro ruolo futuro, ma anche la nostra storia. Ed è una partita da disputare a più mani: quelle della base, cioè le agenzie, e quella della mandante. La possiamo vincere (che significa far vincere la società in cui operiamo) soltanto se esiste un reciproco rispetto. Cominciando dalle informazioni. Senza dover attendere di sapere dove andiamo dai titoli di un quotidiano.

Bisognerebbe cominciare dall’inizio. Ma qui si apre la prima questione delicatissima: quale è l’inizio?

 

 Uff. Stampa Unione Italiana Assicuratori

 

 

 

 

 

 


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